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L'Homo Salvatico di Monterchi
Un gigante, un orco, un essere mostruoso o un selvaggio. Chi era realmente l'Homo Salvatico? Quando visse nessuno può dirlo con certezza, come fosse lo ricordano solo i vecchi che a Monterchi hanno sempre abitato, dove avesse dimora tutti sembrano saperlo: sospesa tra mito e racconto leggendario la figura dell'Agnolaccio (gigante che viveva solitario nel bosco della Murcia) sopravvive ancora nelle storie popolari di Monterchi e della Valtiberina


Piccoli misteri, leggende e storie che si tramandano solo oralmente avvolgono il paese di Monterchi. Miti che affondano le proprie origini in un tempo lontano, come quello che vorrebbe derivare da Ercole il nome stesso del paese, Mons Herculis, o quello dell'Homo Salvatico, il gigante irsuto e spaventoso conosciuto anche col nome di Agnolaccio. Questa strana figura, a metà tra l'uomo e il gigante, ai tempi del Granduca (XVIII secolo) abitava ancora, e da più di mille anni, il fitto bosco della Murcia. Chi ha la curiosità di scoprire le tracce, ancor oggi visibili, della dimora dell'Agnolaccio può costeggiare il fiume Padonchia fino al Mulinino, per poi proseguire a piedi fino ad inoltrarsi nel bosco. Qui tra castagni secolari, nascosto nella valle del Padonchia, l'Homo Salvatico viveva in uno spoglio rifugio e, poco distante dalla sua casa, all'incirca due chilometri, si trova ancora la grossa vasca di pietra dove uccideva gli animali di cui si cibava. La Tina, questo il nome della grande vasca, sorge in un luogo chiamato Poggio della Madonna, in una piccola radura dove sono rimasti anche i resti della chiesetta da cui prese il nome il poggio stesso. La Tina appare come un grande blocco monolitico scavato in due buche profonde, una delle quali ha un foro e un gradino. Qui l'Agnolaccio sgozzava i polli, gli agnelli e addirittura i vitelli che rubava ai contadini. All'interno della vasca sono ancora visibili due grosse impronte e piccole macchie di sangue che la pietra ha assorbito in maniera indelebile.

Tutti temevano l'Agnolaccio: i contadini, i bambini e le donne (i vecchi raccontano che ne avesse rinchiuse due, vive, nel loro forno di casa perché gli avevano negato da mangiare).
Così terribile? Così spaventoso? O un essere che avrebbe voluto superare la solitudine a cui un aspetto tanto pauroso lo aveva costretto? Già perché, favola o invenzione, la tradizione racconta di una volta in cui, durante la festa della Polenta, attratto dalle risa e dall'allegria della gente, rubati dei vestiti e sistematosi alla meglio, sarebbe corso nella piazza del paese per far festa insieme a tutta la gente. Ma tutti scapparono impauriti, deridendo questo strano essere mezzo mostro e mezzo uomo… E infine l'epilogo. A uccidere l'Agnolaccio, liberando i contadini dal peso delle sue ruberie, sarebbe stato un certo Marco, un giovinetto, abilissimo cacciatore, che ricevette in dono da un frate di passaggio una pallottola d'oro. Con questa Marco uccise l'Homo Salvatico e come ricompensa il Granduca concesse a lui e alla sua discendenza, per sette generazioni, la patente di caccia.Ora la presenza dell'Agnolaccio non sopravvive che tra gli alberi del bosco della Murcia o nelle frasi delle donne che pronunciano il nome di questo "Orco cattivo" per intimorire i bambini un po' monelli.

 

 

 

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